Viaggio nell’arte: creatività vs superficialità

   Esiste una cosa che facciamo tutti, fin da piccolissimi, forse una delle poche cose che ci definisce esseri umani. Non c’è qualcuno che ci insegna a farlo e sopratutto non è istintivo, perché è un atto totalmente soggettivo, personale, intimo. Questa cosa aiuta ad essere più sereni a saper esprimere le proprie emozioni e sensazioni in modo elegante e significativo senza per forza dover pubblicare una foto o un video che noi stessi dimentichiamo dopo 24 ore.

Questa cosa che ci differenzia da tutti gli esseri viventi è l’arte, o meglio, la creatività.

    Che sia essa rappresentata nei colori a cera su un grande cartoncino bianco o da mestoli che intonano note stonate su una pentola o da passi di danza, goffi e traballanti, da bambini cerchiamo tutti gli strumenti possibili per esprimere, in un certo qual modo, la nostra creatività. Da adulti molti si sforzano di nobilitare l’arte con impegno e costanza, esercitare tecniche e modi di fare che rendano l’arte che si vuole produrre, l’esatto frutto della propria visone delle cose.
Se da bambini siamo artisti incondizionati, da grandi non possiamo fare a meno di essere condizionati da qualcosa, e non è un male a mio avviso, saper esprimere questi cambiamenti nella forma d’arte che si predilige è sicuramente indice di maturità emotiva, oltre che stilistica. Una traduzione di noi stessi in un’altra lingua, il risultato delle scelte che abbiamo fatto.

   Che questo non sia un processo facile lo si deduce dal fatto che non tutti restano artisti da grandi. Questo un pò perché è la vita che viviamo che ci distacca, per forza di cose, dal poter prenderci del tempo per noi è, anche perché, dopo un pò perdiamo di vista l’importanza di conoscere noi stessi. Inoltre la società che viviamo nonostante sia libera ed emancipata sta dando vita ad una potente depersonalizzazione, non mi riferisco al disturbo dissociativo, ma piuttosto all’avere una propria personalità ben definita. Molto spesso, l’avere divergenze di pensiero ci pone davanti ad un bivio, se da un lato abbiamo più libertà di espressione, da un altro, siamo più soggetti all’odio di altri esseri umani, perché? Libero io di espormi, libero tu di pugnalarmi. E io ci ritrovo qualcosa di dannatamente sbagliato in questo.

    Oggi i social media ci mettono a disposizione un enorme vetrina, un’opportunità che l’essere umano ha sempre cercato sotto forma di pareti su cui dipingere con le dita, pergamene, caffè letterari, libri, spartiti e molto altro. Io non ci vedo molta differenza da

da le Grotte di Lascaux ed Instagram. L’essere umano ha sempre cercato di comunicare la propria essenza e la propria individualità con dignità, con discrezione e questo attira, come un magnete, altri esseri umani perché, a loro agio, sentono di poter fare lo stesso, di esprimere se stessi senza essere giudicati.
L’arte, però, permette di poter esprime le proprie emozioni in modo sicuro, senza raccontare il fatto, il cosa, ma racconta il perché, il come, il costrutto di quello che siamo. Quando osserviamo un dipinto, quando ascoltiamo della musica, quando guardiamo un film, inevitabilmente proviamo delle emozioni soggettive, probabilmente le stesse che l’artista voleva esprimere, ci sentiamo legati, partecipi, coinvolti, senza conoscerlo, senza sapere cosa lo ha spinto realmente a creare quell’opera. Possiamo giudicare l’opera, ma non la persona.

L’arte può difenderci.

  Della creatività si potrebbe scrivere tanto, poeti, studiosi, filosofi hanno eviscerato questo termine, gli antichi credevano che la creatività fosse un accenno del divino che è insito in noi, oggi invece molti scienziati vogliono provare che la creatività dipenda da diverse funzioni celebrali che, di caso in caso, creano un imprinting nella memoria del soggetto, molti hanno prodotto tecniche, mappe concettuali, processi da seguire per essere più o meno creativi. E lungi da me competere con tali teorie.
   Io credo semplicemente che la creatività sia un dono, che ci aiuti a spiegare a noi stessi il nostro io o il mondo che ci circonda; il tutto tradotto nel gesto di un bambino di colorare il prato rosa o il cielo verde, perché semplicemente lo fa sentire così, perché in quel momento è esattamente quella la visione del suo mondo. E ci permette di farlo senza esporci in modo diretto, in un modo dove tutti sono liberi di essere quello che vogliono, anche di essere molto cattivi. Molti si sentono sopraffatti, deboli, inermi, ebbene diversi artisti si sentivano così eppure ci hanno regalato delle opere potenti.

   Abbiamo una grande responsabilità, immaginiamo se Monet avesse avuto una telecamera puntata sulla faccia all’occorrenza, cosa avrebbe espresso, avrebbe raccontato il suo processo creativo? Probabilmente sì, come molti suoi colleghi hanno fatto con lettere o con manifesti. Abbiamo l’opportunità di diffondere la nostra arte e di osservare i processi creativi degli altri, di  leggere fra le righe la storia degli artisti contemporanei. Questa è una cosa che personalmente mi piace dei social, di internet in generale, il potere di diffondere cose belle. E non nascondo che è stata anche questa una delle motivazioni che mi ha spinto a tornare a dipingere. Condividere la mia personale visione delle cose tramite la mia arte (che sia valida oppure no, che sia piacevole oppure no). Sarà criptico? Meno diretto del piazzarsi in faccia una telecamera e fare una cronistoria della giornata? Meno semplice? Meno fruibile? Sicuramente (non che usare i social in modo normale sia superficiale o facile, anzi, ci sono molti artisti che sono abili comunicatori ed intrattenitori).

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Non essere superficiali è una scelta ed essere noi stessi è un potere.

   Con questo articolo, personale e per nulla determinante, voglio lanciare un messaggio, forse perchè vedo una società sempre meno umana, e cioè di regalarci del tempo per ritrovare la nostra forma d’arte, rallentare un pò la routine quotidiana, permettere a quel bimbo che eravamo di poter continuare a fare quello che voleva, colorare il prato rosa, battere i mestoli su una pentola a muovere i piedi freneticamente sulle note di una canzone, passare del tempo a visitare un museo, leggere un libro, fare una passeggiata e chi più ne ha più ne metta, qualsiasi cosa che ci riconnetta con la parte creativa di noi. Per cominciare vi propongo delle letture sicuramente stimolati.

Libri sull’arte

Ineguagliabile e apripista per chi vuole avvicinarsi all’arte in qualsiasi forma e da qualsiasi punto di vista è La storia dell’arte, di E. H. Gombrich.
Se vi va di fare un viaggio in un museo immaginario accompagnati da uno dei volti noti dell’arte vi propongo Il secolo lungo della modernità, di Philippe Daverio
Li avete letti? E, più in generale, cosa ne pensate dell’argomento Arte/Social mi piacerebbe conoscere la vostra idea nei commenti!

 

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2 pensieri su “Viaggio nell’arte: creatività vs superficialità

  1. L'OrsaNelCarro Travel Blog ha detto:

    Complimenti Manu, è stato un bel viaggio fra le tue riflessioni (rimanendo in tema travel). Non avevo mai pensato al fatto che ci si potesse costruire uno scudo con il proprio estro artistico sai? Ne approfitterò! E scusa il gioco di parole ma “condivido anche la condivisione” dell’arte in base al tuo ragionamento…e chissene se criptico o no oppure chissene se ci sia della tecnica o meno, l’importante è veicolare il potere di cui parli in maniera non superficiale.
    Però ti prego, i bambini che battono i mestoli sulla pentola no hahahahha cioè io sono di quei tipi che non sopportano il ticchettio di un orologio figuriamoci un baccano del genere 😛
    Complimenti ancora per il tuo articolo! 😉

    Piace a 1 persona

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