“Non abbandonarmi, ti prego”

   Io avevo Zefira e Zefira aveva me. La trovai per strada mentre aspettavo di entrare a scuola, alle medie. Era una pallina di pelo grigia, con gli occhi color zaffiro, tutta tremolante. Non ci pensai due volte, la presi, la nascosi in una scatola e raccomandai i miei fratelli di tenerla nascosta da mamma, fino a quando non sarei tornata da scuola. Mia mamma non è che non ama gli animali, li adora, ma aveva già noi come bestioline, cioè io e i miei fratelli, e mio padre, il bestione alfa; in più avevamo Pizzicotta la mia coniglietta, che mia madre stessa mi regalò, un giorno, senza che io me lo aspettassi, lo ricordo ancora con grande emozione!
    Un parentesi su Pizzicotta. Il nome: Pizzicotta, come l’aragosta cresciuta da Homer, nei Simpson, che alla fine mangia solo lui, piangendo, perché ci si era affezionato. Io avevo paura che mio padre e i miei fratelli facessero lo stesso, e cioè che un giorno, tornata da scuola, avessi trovato tutti e quattro attorno al tavolo a mangiare coniglio e patate!  Per scongiurare il fenomeno usai lo stesso nome! E pregai mia madre di non comprare mai più del coniglio. E di fatto ancora oggi in famiglia non si mangia più selvaggina. O almeno così è stato quando abitavamo tutti insieme. Inoltre devo dire che a mia madre la spacciarono come coniglio nano ed invece Pizzicotta crebbe tanto da non rimanere di piú in gabbia!! E quindi immaginate cosa significava avere un coniglio saltellante per casa e a quel punto anche un gatto. Povera donna.
   Torniamo a Zefira. Ovviamente tornata a casa trovai mia madre rassegnata e miei fratelli sghignazzanti. Io pregai di tenerla con noi era troppo piccola e indifesa. E mia madre acconsentì a patto che, ovviamente, me ne prendessi cura io. E che dovevo cedere Pizzicotta. O uno dei miei fratelli. Scherzo, anche se… Comunque!
    Non era un ricatto quello di mia madre ma una ragionevole richiesta. Avere un animale, qualsiasi esso sia, significa rispettarne la vita e la dignità. Pizzicotta era diventata enorme e non poteva più stare in casa. E noi in famiglia sapevamo cosa significava avere animali, non proprio domestici. Un’altra parentesi.
    Una mia cugina crebbe un gallo in appartamento. Si un gallo. Il gallo canta all’alba. Gallo, appartamento, alba: trovate l’intruso. E con papà cercammo la sistemazione migliore, in campagna, da amici per dare una degna casa a quel gallo. Sapevo quindi cosa significava il distacco ma capivo anche che era il momento per Pizzicotta di correre libera, di fare dei cuccioletti e mettere su famiglia. Ma questo lo capì ancora prima di portare Zefira a casa. Comunque non la portammo subito in campagna, non ce la facevo a lasciarla, ma dopo qualche mese. Poi fece dei magnifici cuccioletti bianchi e pelosetti.
    La prima settimana del gatto in casa fu intensa e piena di cambiamenti. La lettiera, la cuccia, le vaccinazioni, il collarino e la scelta del nome. Zefira: come i suoi occhi color zaffiro, dolce come lo zucchero della nota marca, come il vento di ponente, lo Zefiro, e infine come la canzone dei Red hot chilli peppers – The Zephyr song. Ho detto la prima settimana perché allo scadere del settimo giorno davanti alla scuola, proprio nel punto in cui trovai Zefira, vidi un foglio. Sul foglio era descritta lei, ma con un altro nome, Perla. Chiamai a quel numero e mi feci descrivere da una bimba, come me, le caratteristiche del gatto perso. Era lei senza ombra di dubbio. Era Zefira. Abbassata la cornetta il mio primo fratello con sufficienza mi consigliò di tenere la gattina e di dire che non era lei, il terzo mi fece immaginare la bimba in lacrime senza la sua gattina infine, il secondo, per consolarmi e sdrammatizzare, mi disse: “Vedrai che tornerà in dietro e busserà alla porta”. E io mossa dal senso di giustizia portai a quella bimba Zefira. Le chiesi di tenerle quel nome però. Ero distrutta.
    Il giorno dopo mi diressi sconsolata a scuola passai per il luogo dove trovai quella piccola palla di pelo e mentre raccontavo la faccenda alle mie amichette suonò la campanella. Proprio in quel momento, mentre ero in fila, proprio in quel punto una mia amica urla di fermarmi, era Zefira!! E mi correva in contro!! Giuro non dico bugie! Zefira era lì ed era tornata da me! La presi in braccio e piangendo la riportai a casa.
   E d’ allora io e Zefira siamo rimaste migliore amiche per 7 anni. Scoprii in seguito che la madre di quella bimba, che affisse i fogli per ricercare la sua Perla, non voleva un gatto in casa. Aspettava che la figlia andasse a scuola per lanciarla per le scale e farla scappare. Infatti Zefira aveva il terrore delle scale. Si piantonava a terra e non muoveva una zampa.
    Oltre ad essere un gesto di enorme vigliaccheria, meschinità e stupidità abbandonare un animale, perché semplicemente non si vuole, insegna ai bambini che si può abbandonare chiunque  da un momento all’altro. Ricordo le lacrime di quella ragazzina quando, incontratami per i corridoi a scuola, mi descrisse con quanto terrore scoprii il gesto della madre. Si sentiva persa, impotente e deturpata.
    Abbandonare un animale significa abbandonare un essere vivente che ha un cuore, due occhi, due orecchie e un cervello come noi. Non parleranno mai, e forse non è necessario, non ci diranno mai quanto soffrono, quando sono felici o quando sono tristi. Ma non ne abbiamo bisogno. Hanno la capacità di comunicare con noi senza usare la parola. E non è forse questo un legame più forte?!
    Io e Zefira siamo state insieme 7 anni, 7 anni di giochi, di felicità, di coccole d’incondizionato affetto. I suoi occhi mi hanno vista, ridere, piangere cercare risposte. Ha conosciuto le mie prime delusioni, le mie prime vittorie. Era felice con me, rideva con me e se ero triste lei c’era, se ero arrabbiata lei sapeva quando tornare. E ha saputo anche quando andare via. Quando io non ero in casa. Sapeva che sarebbe stato troppo straziante per me non potere fare niente.
   Quante cose potrei raccontarvi di Zefira! Quante avventure! Ma questo è un blog di viaggi e questa è solo una storia per dirvi che se avete un animale, non abbandonatelo, perché non sempre ci sarà qualcuno disposto a portarselo  a casa. Se trovate un animale abbandonato per strada, se proprio non potete soccorrerlo, chiamate il numero verde:

800.137.079

     Questa era la storia della mia Zefira, glielo dovevo.
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7 pensieri su ““Non abbandonarmi, ti prego”

    • manu ha detto:

      Grazie, davvero, da persona seria adesso…non sarebbe giusto prendere tutto solo perché la vita ce lo pone d’avanti. Non tutto è nostro, non tutto ci è dovuto. Anzi la vita porta e porta via tante cose senza che noi possiamo scegliere, per questo l’educazione alla rinuncia e allo spirito di sacrificio credo sia essenziale, come lo credono i miei genitori, all’epoca ero una ragazzina… come si dice dalle nostre parti “t faj l’oss” indurisci le ossa, le fortifichi.

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